COM’È NATA LA LINGUA ITALIANA

Usciamo per un attimo dalla quantistica e parliamo invece di linguistica o meglio delle origini della nostra lingua, l’italiano. Intanto come lingua tra le più parlate, l’italiano si attesta al 21mo posto, mentre dal punto di vista delle lingue più studiate al quarto, prima del francese. Un bel traguardo non c’è che dire. Ma come è nata, quale evoluzione ha avuto? Quand’è che gli abitanti della penisola hanno cominciato a parlare italiano? Intanto sbaglieremmo di grosso se dicessimo che il volgare italiano, cioè la lingua parlata dal popolo, sia nata dal latino classico, quello letterario, quello usato nelle cerimonie ufficiali. Tra il periodo repubblicano e quello imperiale a Roma si assiste a un mutamento profondo della lingua latina. Si crea come un solco tra la lingua scritta e quella parlata. La “ce”, la “ci”, la “ge” e la “gi” che in età repubblicana suonavano “ke”, “ki”, “ghe”, “ghi” [kentum e non centum, ghens e non gens, assumono, per un’influenza soprattutto umbra, il suono dolce che verrà mantenuto nel latino ecclesiastico. Inoltre, molte parole non vengono più usate: un romano nella vita quotidiana non chiama più il cavallo ĕquus, ma cabăllus. Lo stesso vale per fŏcus preferito a ĭgnis, dŏm’na a domĭna, căsa a dŏmus, hŏmo a vĭr, bŭcca a ōs, e via dicendo. Sono questi i vocaboli che passeranno al volgare e poi all’italiano. La radice ĕquus, però, si manterrà nelle parole cosiddette dotte come “equino, equestre, equitazione”. Lo stesso ĭgnis si manterrà come radice in “ignifugo”, dŏmus in “duomo”, vĭr nella radice di “virilità.

Dopo il 476 d. C., anno in cui secondo tradizione cade l’Impero Romano d’occidente, a causa soprattutto delle conseguenze derivanti dalle invasioni barbariche, anche il latino parlato va progressivamente inquinandosi con l’assimilazione di vocaboli provenienti da altre etnie: Goti, Longobardi, Franchi, Bizantini, Musulmani. Voci di origine gotica sono parole come guardia, elmo, albergo, i verbi arredare e corredare, nastro, fiasco, ecc. Voci longobarde sono strale, sguattero, stamberga, panca, trappola, palla, ciuffo, zazzera, zanna, stambecco, zecca, verbi come spaccare, strofinare, spruzzare, baruffare, scherzare, ecc. Voci franche entrate in italiano sono bosco, dardo, gonfalone, schiera, tregua, cotta, guanto, ecc. Tra le voci bizantine troviamo androne, lastrico, galea, gondola, argano, sartie, il verbo ormeggiare, anguria, indivia, basilico e altre.

All’VIII e al IX secolo risale il famoso indovinello veronese, considerato la prima espressione scritta del volgare. Un codice liturgico spagnolo giunge tra le mani di un copista veronese, che coglie l’occasione per vergare di proprio pugno sul margine di una pagina come prova di penna due esametri ritmici giocando sul parallelismo dell’arte della seminagione con l’arte dello scrivere: Se pareba boves, alba pratalia araba, albo versorio teneba et negro semen seminaba. “Parare” i buoi anche oggi nel dialetto veneto significa “spingere i buoi” che in questo caso corrispondono alle dita. Alba pratalia araba=arava i prati bianchi, ossia la pergamena. Albo versorio teneba=teneva il bianco aratro, ovvero la penna, et negro semen seminaba=e seminava il nero seme, ossia l’inchiostro.

Nel 960 della nostra era, abbiamo i primi esempi documentati del latino trasformato in lingua volgare parlata. In quattro placiti ovvero giudizi cassinesi, quattro pergamene di analogo argomento, si trovano alcune testimonianze giurate. La prima, pronunziata a Capua, dice: Sao ko kelle terre, per kelle fini que qi contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti. Tradotto in italiano moderno, significa: “So che quelle terre, entro i confini di cui qui si discute, trenta anni le possedette (il monastero di) San Benedetto”. Celebre è l’iscrizione posta su una parete della chiesa di san Clemente a Roma, negli ultimi anni del secolo XI, ma per taluni studiosi potreb- be essere assai più antica. San Clemente è una chiesa paleocristiana, eretta alle spalle del Colosseo. In essa si notano varie sovrap- posizioni strutturali, di cui la prima è di epoca tardo medievale ed è costruita su una chiesa altomedievale, le cui origini risalgono al IV secolo: infatti, è stata costruita su un edificio già dimora di un patrizio romano, eretta a sua volta sui resti di alcune abitazioni del I secolo, ricostruite, a un quarto livello, su quelle andate distrutte dal furioso incendio che distrusse buona parte della città nel 64 d. C., ai tempi di Nerone. Nello strato più basso ci sono i resti di un sacello costruito in onore del dio Mitra, venerato dai soldati romani. Tra gli affreschi della basilica inferiore di notevole interesse artistico ce n’è uno in particolare che desta curiosità, se non altro perché sembrerebbe una sorta di fumetto ante litteram. Sulla destra in basso abbiamo un personaggio che raffigura un nobile romano di nome Sisinnio con una maschera nera sulla faccia che testimonia l’improvvisa cecità che l’ha colpito. Ce l’ha con Clemente che accusa di avergli irretito la moglie convincendola a convertirsi al cristianesimo e quando, proprio la moglie scongiura il santo di andare a casa sua per compiere il miracolo di liberare il marito dalla cecità, Sisinnio va su tutte le furie. Incarica i suoi tre servitori di catturare Clemente, legarlo mani e piedi e di condurlo al suo cospetto. Ciò che non può vedere, però, è che i tre servitori credono di aver preso e legato Clemente. In realtà stanno trascinandosi dietro con grande fatica una pesante colonna, mentre Sisinnio grida loro, rivolgendosi a sinistra: “Carboncelle, falite de retro co lo palo (“Carboncello, spingi di dietro con il palo”) e agli altri due: “Gusmari e Albertel, traite, fili de la puta, traite!” Al volgare di Sisinnio fa da contraltare il latino puro di Clemente che nella figura in alto commenta nella traduzione italiana: “Per la durezza del vostro cuore avete meritato di trascinar sassi”.

Benché ci siano esempi anche prima e altrove, per esempio in Sicilia, è necessario attendere il XIII e il XIV secolo con l’affermazione in Italia dei Comuni, il vero e proprio atto di nascita dell’italiano volgare. La lingua parlata a Firenze nella sua triplice valenza, letteraria (grazie a Dante, Petrarca e Boccaccio) notarile e commerciale (i mercanti, ma soprattutto i banchieri fiorentini che avevano acquisito all’epoca importanza internazionale) s’impose sulle altre varianti dialettali dei comuni italiani, diventando l’elemento unificante della lingua dotta della penisola innestato nello zoccolo duro del latino, tradotto in modo maccheronico dal popolo. In seguito, nonostante le diverse dominazioni straniere subite nel corso dei secoli dagli stati e staterelli in cui era suddivisa l’Italia, il volgare derivato dal toscano letterario, grazie anche all’impulso dato dall’invenzione della stampa, rimase la lingua con la quale si esprimevano i letterati e le classi colte italiane. Nel Cinquecento l’Italia s’identificò definitivamente con una lingua codificata attraverso l’opera di grammatici come, ad esempio, Pietro Bembo.

Con l’unificazione politica d’Italia, avvenuta negli ultimi decenni del XIX secolo si pose il problema di quale dovesse essere la lingua unificante degli italiani, da usare nelle scuole come nei tribunali, nell’esercizio fiscale come in quello legislativo, nel servizio di leva come nella burocrazia. Il neonato stato italiano dette la sua risposta affidando a una commissione di parlamentari, presieduta da un noto intellettuale dell’epoca, Alessandro Manzoni, il delicato compito di risolvere la questione. L’autore dei Promessi sposi che, già da tempo, aveva aderito alle leggi linguistiche toscane – si era persino vantato di essere andato a Firenze per “risciacquare in Arno” l’ultima versione del suo romanzo – in capo a qualche mese, presentò al Ministro della pubblica istruzione dell’epoca una relazione dal titolo Dell’unità della lingua e dei mezzi per diffonderla. Nella relazione, Manzoni stabiliva come fondamento della questione linguistica la scelta del “fiorentino parlato dagli uomini colti”, in quanto, a suo avviso, quella era la lingua che, meglio di altre in Italia, rispondeva alla legge basilare, secondo cui la consuetudine era la norma dominante di ogni linguaggio, sia rispetto alla grammatica, sia rispetto al vocabolario. Era fatta! Chiunque aspirasse a esprimersi con una dizione corretta doveva fare i conti con il fiorentino. Soprattutto, con la nascita della radio prima e della televisione più tardi, chi operava al microfono aveva l’obbligo morale di esprimersi in italiano corretto. I concorsi per annunciatore della RAI avevano questo scopo. Erano particolarmente selettivi e, prima degli esami finali, i candidati erano inviati al “Centro Produzione RAI” di Firenze a seguire corsi di dizione e pronuncia, grazie ai quali imparavano la corretta dizione dell’italiano. Tuttavia, a detta degli insegnanti del corso di Firenze, al quale io stesso ho partecipato, i noti linguisti Fiorelli, Migliorini e Tagliavini, gli estensori del DOP, dizionario di ortografia e pronuncia, l’italiano senza inflessioni e difetti era il fiorentino in bocca al romano. In questo modo qualsiasi difetto derivante dalla c aspirata, reminiscenza etrusca, veniva eliminata come la c scivolata “Ducento” o la t di Pratho e in egual modo erano cancellate le storpiature del romanesco.