IL RISVEGLIO DELLA COSCIENZA

Che cos’è la coscienza? E’ un interrogativo al quale l’uomo non ha ancora dato una risposta esauriente. Eppure sentiamo bene che dentro di noi umani esistono diversi livelli di coscienza legati all’ampiezza della nostra percezione della realtà. C’è un modo di percepire automatico, correlato a un circuito di elaborazione delle informazioni piuttosto primitivo e un modo più evoluto che consente una percezione direi più cosciente. In ogni caso prima di parlare di livelli diversi di coscienza, è necessario superare un primo scoglio: da dove nasce la coscienza? La scienza occidentale della realtà oggettivata ha imboccato la strada delle macchine postulando con Cartesio prima che la coscienza è un effetto secondario della materia, con Newton poi, che dando conferma dell’assioma con il considerava l’universo e gli stessi esseri umani macchine divisibili in pezzi da studiare e misurare. In questo modo si perdeva di vista l’intero e si dava sostanza alla logica della separazione di tutte le parti dell’universo e dell’uomo. Il risultato è stato, soprattutto nel campo della medicina, che nessuno specialista prende in considerazione altri elementi che non siano intrinseci alle parti dell’organismo in cui si è specializzato. Gli aspetti psicologici non lo riguardano e, in questo modo, si finisce con il curare il sintomo e non la causa che ha determinato la malattia. E’ naturale, quindi, che per gli scienziati riduzionisti, almeno per coloro per i quali la coscienza in qualche modo esiste, essa è qualcosa d’inseparabile dalle funzioni neurali del cervello, soprattutto dalla materia bianca, le cd cellule gliali, che circondano e danno nutrimento ai neuroni. Se dovesse capitarci tra le mani l’album fotografico della nostra vita e guardassimo con curiosità i ritratti di come eravamo tra le braccia del nonno o della nonna, o della nostra prima comunione, o adolescenti, o giovani adulti, che cosa scopriremmo? Che a ogni tappa della nostra vita non c’è più nulla che materialmente ci accumuna, non un atomo, non una cellula, neppure un neurone, tra l’altro anch’essi rinnovabili grazie all’azione dell’ippocampo. Eppure qualcosa dentro di noi, che definiamo autocoscienza, ci dice che quelle quattro individualità sono rappresentazioni della nostra unicità. Esisto in quanto mi percepisco, diceva il filosofo Berkeley ed indubbiamente la percezione di me stesso e di ciò che mi circonda è una delle caratteristiche di base della coscienza, ma lo sono altrettanto l’attenzione, la memoria, l’ideazione, la visione, l’astrazione, l’intuizione, la critica, il libero arbitrio, il pensiero. Secondo i neurofisiologi lo stato di coscienza ha una base anatomica in diverse strutture del sistema nervoso centrale e periferico, che devono essere collegate e funzionare correttamente per consentire uno stato di coscienza normale. Un esempio di ciò è il sonno, che rappresenta una modificazione dello stato di coscienza, com’è possibile osservare ogni giorno quando si passa dallo stato di veglia a quello di sonno e viceversa. Tuttavia, le caratteristiche appena citate possono essere correlabili alla mente, il laboratorio del cervello e non precipuamente alla coscienza. Infatti, a mio avviso, mente e coscienza sono due aspetti diversi, come l’Ego e la coscienza stessa. La mente è quella parte che ci rende consapevoli di noi stessi, fatta di logica, razionalità, pensiero, angoscia, paura, ricordi, passioni… E’ quel continuo chiacchiericcio mentale che ci dice quello che dobbiamo o non dobbiamo fare. E’ il nostro Ego che s’identifica con la mente creando un falso sé ed è condizionato dal modello, il risultato diretto del DNA e dell’ambiente nel quale siamo vissuti e viviamo.

E’ la coscienza che crea.  Con buona pace dei Talebani della scienza senza coscienza, con l’effetto osservatore del test quantistico della doppia fenditura è diventato impossibile indagare il nucleo della realtà dell’universo senza usare la coscienza. Essa non soltanto è molto reale, ma è più concreta del resto dell’esistenza fisica e molto probabilmente ne costituisce il fondamento. Il problema, per coloro che possiedono una prospettiva ristretta della scienza, è che la coscienza, ben lontana dall’essere il mistero più grande da dover essere affrontato dalla ricerca scientifica, è un non problema. Per gli integralisti non vale nemmeno la pena di preoccuparsi di qualcosa che rappresenta un fenomeno secondario e che per giunta in fondo non è neppure reale. Partiamo da una speculazione filosofica o meglio, da un modo di dire che piace tanto a Mauro Biglino “facciamo finta che”. Allora facciamo finta che davvero l’osservazione umana collassi la funzione d’onda e trasformi una delle infinite onde di possibilità del campo quantico in particella, in realtà. Ma chi è che osserva?  Di certo, non il mio Ego che vive tra le antinomie di una visione dualistica della realtà. Devo affidarmi alla coscienza e per farlo devo affrancarmi dalle aree emozionali del mio cervello che mi tengono legato al mio modello. Rifletto: so che la mia mente cognitiva è localizzata nei lobi frontali, mentre la coscienza, a quanto sostengono le antiche tradizioni, risiede in un’anima separata dal corpo, è non locale, non ha una collocazione nello spazio-tempo. E’ universale.  Non sta nel cervello, nello stesso mondo in cui il giornalista che sta leggendo le notizie del notiziario non sta nella radio. Se è così, mi domando, è possibile che proprio io o tu che mi stai ascoltando, non la possediamo? Impossibile! Eppure, per quanto mi concentri, continuo a essere ignaro delle mie capacità illimitate, mentre sono più che consapevole dei miei limiti. Facendo finta che, ho capito che esiste la Coscienza universale, che può tutto, sa tutto, è dappertutto. Mi chiedo: come essere umano ho il potere d’accesso a una forma di coscienza che può tutto? Sì, perché altrimenti non potrei vivere in questo stato dell’essere.  Ma allora qual è il mio limite reale? Quello di possedere un’altra coscienza, una consapevolezza che pensa di sapere e beve tutto quel che gli si dice, questa sì locale, relegata nei lobi frontali. Sappiamo che la realtà vissuta è una nostra proiezione, soggettiva e personale. Di conseguenza, siamo gli unici responsabili della vita che viviamo. Ci fa comodo scaricare le nostre responsabilità sul destino. E’ il cervello che compie le scelte, un sofisticato ingranaggio situato nella scatola cranica. Per quanto lo vorrei, non posso controllarlo nella sua totalità. Il cervello si basa su automatismi che non sono in grado di gestire. Chi sceglierà per me? Il cervello o meglio il mio modello, almeno ora come ora. Chi mi segue sa bene che il campo quantico risponde a come siamo, non a ciò che desideriamo. In fondo, a rifletterci bene, molti episodi della nostra vita ci testimoniano che possiamo interagire con il campo, che possiamo comunicare alla coscienza la nostra preferenza sulla realtà che vorremmo vivere attraverso l’intento che rappresenta l’effetto e la sensazione che rappresenta lo scarico delle informazioni che ci portano attraverso la visione al futuro desiderato. L’unica condizione che ci viene chiesta è: la richiesta deve essere fatta in uno stato non ordinario di coscienza. In caso contrario, l’intento si traduce in un prodotto del desiderio e il desiderio è figlio dell’Ego, non della coscienza. Di conseguenza, se vogliamo davvero che la richiesta arrivi alla coscienza, il fine della richiesta stessa non dovrà mai essere l’appagamento dell’Ego. E’ importante invece che la nostra coscienza secondaria entri in correlazione con la Coscienza universale, che si metta al servizio di qualcosa più grande di lei. Soltanto in questo modo diventerà quello strumento meraviglioso del quale non possiamo fare a meno perché grazie ad esso diventeremo capaci di trasformare la nostra esistenza in qualcosa per il quale vale davvero la pena di esistere.